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Gennarino Visintin

Sono nato ai tempi dei telefoni a disco, nel giorno di San Gennaro. Il 19 settembre. Ciò non fa di me un napoletano, né intero né parziale. Dato che, per un disguido delle Poste, dico io, fui consegnato tra le braccia dei miei genitori a Milano. Ma, se da bambino, stropicciavo le note di “Reginella” o di “Te voglio bene assaje”, mia madre sorrideva dicendo: “Eccolo qui il nostro Gennarino Visintin”. Fosse stata una questione di istinto, dunque, sarei cresciuto sbocconcellando pizze napoletane davanti al mare. E non fu colpa mia se nella Milano di allora il mare e le pizze figuravano assenti. Giunse per prima la pizza toscana, alta e panosa.

Anni Venti. Primo dopoguerra. Pizze al trancio, arroventate in teglie scure, appena unte d’olio per indorarne la base. Un’unica famiglia si intestò l’intera clientela locale, aprendo pizzerie con cibi cotti in mezza città. Fu un impero gastronomico con radici talmente profonde che ne restano ancora oggi alcuni residui storici. Leggiamo “Giulio 1925” sull’insegna di un locale che non ha mai smesso di sfornare teglie a due passi dai Navigli.
C’è la Pizzeria Spontini di via Spontini, tradotta ormai in una infinita catena di botteghe da consumo feroce e disattento. C’è “La Fiorentina” in viale Bligny. E c’è, soprattutto, “Martino”, in via Farini, osteria con pizza al trancio, gestita dalla famiglia Carmignani, diretta discente di quella stirpe di pizzaioli toscani.
E Napoli? Nel 1929 apre la “Pizzeria A Santa Lucia”, dietro un angolo della Galleria del Corso, porticato nobile che fiancheggia il Duomo. Ma non basta ad accendere la miccia, anche se nel ’34, a pochi metri di distanza, fiorisce “Di Gennaro”. Dopo la guerra, la situazione è la stessa. E non cambia di molto negli anni del boom economico, che sono gli anni miei.

Sbagliavo affermando, poche righe fa, che a Milano la pizza napoletana era del tutto assente. Tuttavia, si trattava di un evento rarissimo, che secondo mio padre coincideva con un unico ristorante degno, Piedigrotta, e con l’arte di un singolo pizzaiolo, Ciro. Di lui ho un ricordo romantico: le braccia pastose tenute a stento nelle maniche corte della maglietta, il sorriso timido sotto un nido di capelli duri, la faccia tonda come un panetto di impasto.

Sul finire degli anni Settanta, uscivo per pizze con gli amici. Ci si dava appuntamento in via Marghera dove era cresciuta una pizzeria per ogni portone. Non rammento come si chiamasse quella tutta rosa, come il bagno della Barbie. Inorridivo sedendo a quei tavoli. Ma piaceva moltissimo a certe ragazze di famiglia borghese, con gli occhi color anisetta, la giacchina blu e la gonna scozzese. Che avreste fatto, voi? Io mi rassegnavo ad andarci, in vana attesa di un bacetto. Lasciamo stare. Ma che pizza era? Un disco in simil legno, invaso da un formaggio lattiginoso. D’altra parte, per molti lustri la pizza alla milanese (chiamiamola così) è stata, nella migliore delle ipotesi, un lenzuolino sottile, vasto più del piatto, stracolmo di mozzarella e di un sugo di pomodoro in crisi anemica. Nel 2005 registravo le prime avvisaglie di una riscossa partenopea, scrivendo la prefazione a una guida delle pizzerie milanesi: “[…] soltanto negli ultimi tempi, ha riguadagnato spazio la classica pizza alla napoletana: più alta, più contenuta nelle misure”.

Ma è stata una progressione lentissima. Sino a quando, dieci anni dopo, va in scena l’Expo. Come se avessero suonato l’adunata, da quel momento Milano diventa la meta preferita dei pizzaioli napoletani. Quelli da copertina e quelli che lavorano sodo anche senza le luci della ribalta.
Mentre vi scrivo e mentre leggete queste righe contuse, stanno certamente inaugurando una nuova pizzeria partenopea, in qualche angolo della mia città. Non sono sempre pizze da manuale, perché il coefficiente di difficoltà è alto e i progetti non sono sempre ben calibrati. A volte le chiamano “gourmet”, come se la pizza, sfornata con coscienza, non fosse già una prelibatezza da gourmet. Pazienza. È già un grande passo avanti, imprevedibile e repentino.

Tornassi al mondo domani nello stesso giorno di mezzo secolo fa, avrei finalmente diritto di chiamarmi Gennarino Visintin, di masticare le canzoni di Roberto Murolo, di mangiare la stessa pizza di Napoli, complice e suadente, evocativa e fatidica. Ci manca ancora il mare e troppe volte manca il cielo. Ma credo si stiano attrezzando.

di Valerio M. Visintin

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