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La pizza, un piatto che nasce dalla Teologia del Popolo

di Laura Guerra

C’è qualcosa di misteriosamente originario e di straordinariamente quotidiano nella pizza. Un nucleo, un grumo, una sapienza che possono essere letti e compresi anche con le categorie della religione e della fede.

Proviamo a farlo con monsignor Doriano Vincenzo De Luca, parroco della comunità Immacolata Concezione a Capodichino, giornalista – direttore della rivista Ianuarius e vicedirettore del settimanale diocesano Nuova Stagione, Prelato di San Gennaro.

  • Cosa significa pizza?

Le origini dell’etimo sono incerte, tuttavia fra le più accreditate abbiamo “placunta” cioè placenta dal greco e “bissen” boccone dal tedesco ed immediatamente assume il valore di nucleo generativo e della condivisione.

  • Significati che appaiono dotti, come si coniugano nel mondo pizza di oggi?

Il senso etimologico diventa senso comune nei gesti ripetuti dei pizzaioli e quando tutti noi mangiamo una pizza. Da cosa parte un pizzaiolo? Da un impasto semplice fatto di pochi ed essenziali ingredienti: farina, acqua, lievito, un po’ di sale. L’insieme è un grumo che genera una palla rigonfia; ogni pizzaiolo ha il suo impasto con il quale intesse un dialogo segreto di fiducia riposta con la sicurezza che potrà preparare e cuocere  una pizza che altri condivideranno. Perché mangiare insieme ha un enorme significato.

Quando arriva a tavola diventa – riflettendo il pensiero di Benedetto Croce – patrimonio di tutti, non è più del pizzaiolo diventa patrimonio di chi la mangia, alimenta il valore della convivialità che non dobbiamo dare per scontato, nemmeno a Napoli. In negativo quando vogliamo demarcare una distanza o una differenza con qualcuno a Napoli diciamo: “Quando mai io e te abbiamo mangiato insieme?”.

  • I riferimenti simbolici degli ingredienti nel Vangelo non mancano.

Gesù nell’Ultima Cena disse: “Colui che intinge il boccone nel piatto con me mi tradirà” e nelle pagine del Vangelo di Matteo leggiamo La Parabola del Lievito e definisce i discepoli “Sale della Terra”. Il mestiere del pizzaiolo è umile e popolare, sembra essere lontano dalla dimensione teologica.

Mi piace definire il saper fare del pizzaiolo una teologia inconsapevole; anche Papa Francesco fa spesso riferimento nel suo Magistero alla “Teologia del Popolo”. Popolare non vuol dire banale, superato o inutile. Il pizzaiolo ha compiti importantissimi: genera, custodisce, trasferisce, trasforma. Nelle famiglie dei pizzaioli questo avviene tutti i giorni, con semplicità e senza trattati, a volte con pochi strumenti scolastici ma con una sapienza culturale appresa preziosissima. Questo processo inconsapevole, il tramandare trasformando senza tradire le origini è un grande valore culturale per Napoli.

  • Parliamo del valore sociale di questo mestiere.

Vivere del proprio lavoro è molto importante, potersi affermare e sostenere la propria famiglia dà dignità e soddisfazione. In più c’è un recupero dei mestieri artigianali e impastare, condire, cuocere e servire la pizza, negli ultimi anni è stato rivalutato: è un saper fare che non si inventa ed è giusto che sia riconosciuto a livello nazionale ed internazionale. Artigiano ha la stessa radice di arte e una pizza è un’opera d’arte consegnata al mondo.

 

 

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