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Francesco Salvo: ”La crisi sociale non si affronta colpevolizzando il nostro settore, servono tempi certi ed autorevolezza”.

 

di Laura Guerra

Ristoranti, pizzerie, bar possono stare aperti fino alle 18.00.

L’asporto è permesso fino alle 22.30, le attività che hanno sempre fatto solo consegne, quindi il delivery, possono continuare a consegnare cibo a domicilio prenotato dai clienti da casa, on line o telefonicamente. L’ultima consegna deve partire dal locale alle ore 23.00.

Addì mercoledì 28 ottobre 2020, anno della Pandemia. Giorno 4 del semi lockdown d’autunno e queste sono le regole per poter gustare una pizza; sarà così fino al 24 novembre, salvo nuove disposizioni ancora più restrittive.

Commentiamo le nuove misure con Francesco Salvo, imprenditore e pizzaiolo di lunga e consolidata esperienza che con il fratello Salvatore gestisce la casa madre a San Giorgio a Cremano e a Napoli, Salvo alla Riviera, posizionata al 6°posto nell’ultima edizione di 50 Top Pizza e premio speciale Miglior Servizio di Sala 2020 – Latteria Sorrentina Award.

Voglio ribadirlo senza mezzi termini: la salute pubblica è sacrosanta e va difesa e protetta, però non possiamo far finta di non vedere la cruda realtà del nostro settore, di fatto hanno chiuso le pizzerie, certo siamo aperti, noi per primi apriamo perché anche dare un segnale simbolico è importante ma, di fatto, per numero di pizze che sforniamo e persone che vengono a pranzo non ammortizziamo neanche i costi di gestione; quindi a conti fatti, è come se fossimo chiusi”.

La categoria vive queste misure con un forte senso di ingiustizia, è un errore di valutazione da parte dei decisori istituzionali?

Faccio fatica a capire perché si può fare la fila davanti al supermercato o alla farmacia con distanziamento e tutte le precauzioni senza restrizioni di orari e la stessa cosa non si possa fare per comprare una pizza. Si vuole colpire un settore e questo è possibile perché siamo divisi e non riusciamo a parlare una voce sola difendendo le nostre posizioni, le aziende, i dipendenti che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione dello stop di marzo”.

Cosa non funziona nel rapporto fra Stato ed impresa della ristorazione?

Troppa burocrazia, troppi annunci di soldi che vengono stanziati e poi non vengono erogati, la cassa integrazione del settore viene pagata dal Fondo di Integrazione Salariale che è l’ultimo ad essere pagato dall’Inps, infatti i dipendenti ancora aspettano gli assegni della primavera scorsa”.

Negli ultimi decreti il Presidente del Consiglio ha annunciato somme di ristoro economico per il settore food, possono essere utili?

Per valutarne l’utilità bisognerà vedere se l’accesso è semplice e soprattutto se le somme previste arrivano in tempi brevi in modo da dare un sollievo alle imprese che hanno dei costi vivi da sostenere: utenze, servizi, affitto, personale. A quest’ultima voce tengo particolarmente: i nostri dipendenti non sono solo persone che lavorano per noi, sono ragazzi che sono cresciuti con noi e che acquisendo un mestiere al banco o in sala hanno potuto farsi una famiglia e si sono riscattati socialmente migliorando la posizione sociale. Per noi non sono caselle da riempire con una busta paga da conservare o da annullare, sono persone, ma il carico sociale dei dipendenti, in uno Stato responsabile non può ricadere sul senso di responsabilità e di umanità dell’imprenditore”.

Cosa non sta funzionando invece a livello collettivo?

Ci vorrebbe più senso di responsabilità nel rispettare le regole e più autorevolezza ed empatia nel dettarle, colpevolizzare un intero settore con toni autoritari non è utile a risolvere i problemi, anzi li esaspera”.

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